lunedì 2 settembre 2013

Dischi: Stardom – Danze illiberali

Danze moderne, danze illiberali, danze new wave.
E' già da un paio di decadi che non possiamo più effettivamente parlare di “nuovi generi musicali”. Negli anni '60 c'erano il pop e il rock, nei '70 l'hard rock, il prog, l'elettronica tedesca, cui seguì il punk, la new wave, l'heavy metal e infine la house music, forse l'ultima vera innovazione nel capo delle sette note. All'inizio del nuovo millennio, con la fine del supporto fisico e la musica che comincia liquidamente a muoversi tra un computer e l'altro in formato mp3, il rock è veramente morto e ognuno si è sentito libero di seguire le sue passioni più o meno retrò, la sua nicchia, senza più lo spasmo per l'attesa della “new big thing” imposta dal mercato (d'oltremanica), come accadeva, ad esempio, negli anni '70 e '80. Quindi non ci si meraviglierà se, nel nostro Paese, un genere che aveva avuto il suo apice nel cuore degli anni '80, cioè la new wave italiana, gode di ottima salute anche ai nostri giorni ed ha la sua massima espressione in una band milanese che si fa chiamare Stardom.

Gli Stardom avevano già messo in chiaro le loro intenzioni con il primo album, il pluridecorato “Soviet della moda” (2010), dove il basso cavernoso, la batteria marziale, la chitarra liquida e la voce asettica, raccontavano che la dark-wave poteva ancora essere il veicolo dei disagi dell'uomo moderno. “Danze illiberali”, il secondo album, conferma l'ottima vena creativa della band e, anzi, qui viene particolarmente esaltata grazie ad una maggiore presa di coscienza dei propri mezzi: più gelidamente monolitico, più arrangiato, più sicuro di sé, il disco si ascolta tutto d'un fiato dalla prima all'ultima nota. Un totale di undici pezzi, un mosaico dove ogni tassello appare rigorosamente al suo posto, anche dove ospiti illustri hanno prestato il loro contributo (i Cineteca Meccanica in “Magazzini criminali”). Partiamo con i riferimenti? Diaframma, Joy Division, The Cure, Interpol e potremmo continuare ancora a lungo, ma esercizio inutile a mio avviso: la sintesi è che “Danze illiberali” è un gran disco, gli Stardom sono la migliore new wave band in giro in Italia, il rock è morto, viva il rock!

Artista: Stardom
Titolo: Danze illiberali
Formato: cd album
Anno: 2012
Etichetta: Danze Moderne
Stile: new wave, post punk

Tracklist:
1- Anna di notte
2- D'istinto
3- Attimi isterici
4- Basso consumo
5- Puzzle
6- Danze illiberali
7- Magazzini criminali
8- Vetroplastica
9- Diario d'inverno
10- Anni cannibali
11- Colonia penale

Formazione:
Riccardo “RCD” Angiolani: voce
Oliver Pavicevic: basso, cori
Antonio “Fafnir” Florita: chitarra, cori
Cristina “LaCrisi” Corti: tastiere/chitarra
Tullio Carleo: batteria

Discografia
Danze illiberali (cd album, 2012, Danze Moderne)
Soviet della moda (cd album, 2010, Danze Moderne)
Vetroplastica (singolo digitale, 2009, Tre Accordi Records)
United Forces of Phoenix vol. 2 (cd compilation, 2007, Nomadism Records)

Collegamenti:


lunedì 19 agosto 2013

Come cancellarsi dalla SIAE

Una follia l'ultimo aumento di quota associativa annuale.
Spesso torno a scrivere di SIAE su questo blog. In genere ciò accade quando trovo una notizia eclatante da condividere con voi o quando ricevo tante domande su un determinato argomento e decido di fare chiarezza per iscritto. Oggi sono qui per il secondo motivo. In alcuni vecchi post avevo suggerito agli iscritti SIAE di cancellarsi al più presto perché, come si suol dire, il gioco non vale la candela (leggi il post La SIAE e la ripartizione dei diritti d’autore). Per raccontarla in breve, scrivevo che la stragrande maggioranza dei soci quasi mai riesce a guadagnare di diritti più dei 91,81 euro chiesti come quota associativa annuale. Quindi si passa la vita solo a pagare i bollettini per mandare avanti l'ennesimo inefficiente carrozzone italiano. Beh... 91,81 euro di quota associativa annuale è veramente un'esagerazione, sarete d'accordo con me. Ma se questa quota dovesse passare da 91,81 euro a 151,90 euro, cosa direste? Una follia, vero? Ebbene, è successo! Con la delibera n. 104 del Commissario Straordinario della SIAE (leggi chi è nel post SIAE: Affidato ad un novantenne il futuro della musica italiana) datata 13 novembre 2012, la quota associativa annuale è stata portata a 151,81 euro, praticamente da quest'anno. Se annualmente guadagnate più di questa cifra, tanto da non dover pagare il bollettino, vi faccio i miei complimenti, altrimenti vi invito a cancellarvi al più presto. Io mi sono cancellato già da un po' di tempo e non c'è stato un solo giorno in cui mi sia dovuto pentire di questa scelta, anzi, ne vado fiero, ancor di più dopo gli ultimi drammatici fatti della telenovela SIAE. Oramai la SIAE si avvia a diventare l'ennesimo ente inutile italiano, sopravvivendo tra problematiche economiche, tecnologiche e culturali, in deficit di bilancio e bisognoso di urgenti scelte strategiche che continuano a non essere fatte. Certo, un bel danno alla cultura del nostro Paese. A tal proposito, vi consiglio la lettura di un interessante quanto inquietante articolo apparso su “Il Fatto Quotidiano” alcuni mesi fa: SIAE, il golpe dei ricchi.

Torno quindi al mio discorso di apertura, cioè il motivo per il quale sto scrivendo questo post. Ricevo tante domande negli ultimi tempi su un solo argomento: come ci si cancella dalla SIAE? La SIAE è una società, quindi sarebbe più corretto parlare di dimissioni e, come per tutte le società, la domanda va fatta con Raccomandata A.R. Vi agevolo: di seguito trovate il FAC-SIMILE, che ricalca la domanda che ho fatto per le mie dimissioni. Non dimenticate di allegare una fotocopia della vostra carta d'identità e un'autocertificazione per garantirne l'autenticità. Sono molto lenti a formalizzare le vostre dimissioni (avevate dei dubbi?), ma intanto voi siete esonerati dal pagare la quota annuale. Attenzione: per essere esonerati dal pagamento della quota per l'anno successivo, dovete inviare la Raccomandata A.R. entro il 30 settembre dell'anno in corso. C'è anche un metodo molto meno “ortodosso” per dissociarsi: in base allo Statuto della SIAE, se non paghi il bollettino per due anni, sei fuori automaticamente. La controindicazione è che, fino ad allora, non si potrà aderire ad un'altra Società estera perché si è ancora soci SIAE, insolventi, ma ancora soci. Mi dicono che  in molti si stanno iscrivendo in Germania (la società si chiama GEMA), tanto che hanno aperto anche uffici in lingua italiana. Ma se non intendete iscrivervi ad un'altra società, potete buttare tranquillamente il bollettino nel cestino della spazzatura.


RACCOMANDATA A.R.
In allegato: fotocopia Carta d’identità con autocertificazione

Destinatario:
     SIAE Direzione generale
                        Sezione Musica
Servizio Associati e Mandanti
Viale Della Letteratura, 30
00144 Roma


Oggetto: Richiesta di dimissioni da socio SIAE del Sig. (nome e cognome)

Il sottoscritto (nome e cognome), nato a (città) il (data di nascita) e residente a (città), in via (indirizzo), Posizione SIAE n° (numero), con la presente revoca il mandato di tutela dei propri brani alla Vostra Società e rassegna le proprie dimissioni da socio della SIAE.
Il sottoscritto chiede inoltre un immediato riscontro alla presente richiesta ed una conferma scritta dell’accettazione delle dimissioni e  relativa cancellazione dall'elenco dei soci.

Distinti saluti.

(città), lì (data)
          In fede
          (firma)





AGGIORNAMENTO MAGGIO 2014: Finalmente la SIAE ha fatto quello che avrebbe dovuto fare da molto tempo, ossia inserire nella modulistica anche la domanda di dimissioni. La potete tranquillamente scaricare qui, dalla pagina Recesso



mercoledì 3 luglio 2013

Libri: “Cadabra: un buco nell'underground” di Francesco Radicci

intervista di Carlo Furii

Il libro nasce come una biografia ma lo si può leggere come un romanzo. Scritto in prima persona dal batterista e fondatore della rock band Cadabra, ripercorre le vicende dei protagonisti dall’adolescenza, a Gioia del Colle, negli anni Ottanta, fino ai giorni nostri. Racconta di ragazzini, cresciuti con certi miti e certe idee, catapultati in corpi di adulti. È anche, per così dire, un libro di viaggio, di incontri, luoghi, persone, fatti, musica, concerti e aneddoti, molti dei quali spassosi, accaduti in quindici anni di intensa attività “on the road”, girando la penisola in lungo e in largo (da Genova a Reggio Calabria, da Cagliari a Pescara). Bucare l’underground vuol dire sfondare e il suo contrario, fallire. Ma non solo. Esiste anche un terzo significato: entrarci dalla porta di servizio, osservarlo dal buco della serratura, dallo spioncino di porte che possono aprirsi e sbattersi in faccia. O restare socchiuse. Però i Cadabra in quei corridoi ci hanno sguazzato, e ci hanno sguazzato per anni. Il libro, implicitamente, diventa uno spaccato dell’underground italiano dell’ultimo trentennio, in cui si alternano considerazioni più seriose, introspettive, e momenti scanzonati, leggeri, persino divertenti. Per chi invece non conosce la band, il libro si presenta come un romanzo. La trama si svela poco alla volta e con essa i protagonisti. Il lettore impara a conoscerli, se ne affeziona e ne segue l’evoluzione da bambini ad adulti.

“Cadabra: un buco nell'underground” è la storia del gruppo musicale nel quale hai militato come batterista per quindici anni, i Cadabra appunto. Come è nata l'idea di mettere per iscritto la loro storia?
Era una cosa che avevo in mente da un po’ di tempo. Però, prima di cominciare a scriverlo, ci ho riflettuto abbastanza perché volevo capire quale taglio dargli. Alla fine ho deciso di raccontare la storia in prima persona, soluzione emotivamente più coinvolgente per chi la scrive e chi la legge, e di farla partire dagli anni Ottanta, gli anni della mia/nostra infanzia. Quando l’underground poteva ancora definirsi tale.

Perché il titolo “Un buco nell'underground”?
Come ho scritto nell’introduzione, bucare l’underground oltre ai due significati più immediati, cioè sfondare e il suo esatto contrario, fallire, ne ha anche un terzo, il più attinente: fare un forellino e osservarlo da lì. Come da un buco della serratura, da uno spioncino. Nell’underground siamo entrati dalla porta di servizio, quasi in punta di piedi, e poi ci abbiamo sguazzato, facendo parte di quegli ingranaggi per quasi 15 anni.

La storia dei Cadabra si snoda tra gli anni '90 e la prima decade del nuovo millennio. Come descriveresti, in breve, questi due decenni volendoli guardare con gli occhi di un ragazzo che li ha vissuti nel mondo della musica come musicista o come semplice appassionato?
In tutta sincerità, non nutro grandi simpatie per gli anni Novanta e Duemila. O meglio, da appassionato preferisco decisamente la scena musicale underground fino alla fine degli anni Ottanta, non oltre, invece da musicista ho imparato a convivere con i tempi moderni, con le novità. Per esempio detesto i download, gli mp3, infatti non ho mai comprato in vita mia un album digitale. Però i dischi dei Cadabra si vendono anche lì, sui cosiddetti web-stores, e quindi per forza di cose mi sono dovuto adattare. Anzi, per promuovere i Cadabra abbiamo fatto largo uso dei media, dalle web TV alle piattaforme di vendita on-line, agli stessi social network.

Pensi che il tuo sia un libro settoriale e possa interessare solo a colleghi musicisti/appassionati di musica o possa essere apprezzato anche da chi è al di fuori di questo “giro”?
Il libro nasce come una biografia ma potrebbe essere letto come un romanzo e forse anche piacere a chi non ci conosce. I personaggi si svelano poco alla volta e la storia con essi. Quando ho cominciato a scriverlo mi sono chiesto quanta gente potesse conoscerci. Non molta? Ok, nessun problema: avrebbe imparato a conoscerci pagina dopo pagina. D’altronde, inizialmente, nemmeno i protagonisti dei romanzi più riusciti erano conosciuti (per caso qualcuno, prima di averne letto i libri, conosceva un tale di nome Zeno Cosini? O Renzo e Lucia?). E quindi per alcuni saremo dei personaggi reali, per altri di fantasia e magari ci immagineranno come i nostri pupazzetti di stoffa e pongo, quelli del video di “Other Side”. In più, musicalmente parlando, il libro abbraccia uno spazio temporale parecchio ampio per cui, di riflesso, racconta anche uno spaccato dell’underground italiano dell’ultimo trentennio.

Hai scritto questo libro come batterista dei Cadabra o come romanziere? In parole povere: dopo questa prova, dobbiamo aspettarci una tua carriera in campo letterario?
Come batterista dei Cadabra. Il fatto che poi al batterista dei Cadabra piaccia scrivere è un aspetto secondario. Nella vita mai dire mai, ma al momento mi sento di escludere una carriera letteraria. O, quantomeno, non ci ho mai pensato.

Da un punto di vista musicale, invece, che progetti ci sono in casa Cadabra?
A dire il vero non ci sono progetti neanche su quell’altro fronte, abbiamo deciso di prenderci un periodo di stop al termine del Tour di “Past To Present” e ad oggi non abbiamo trovato ancora le motivazioni per riprogrammare qualcosa. Vedremo...

Come e dove si può acquistare il libro?
Innanzitutto scrivendo alla casa editrice, la Ekt Edikit di Brescia (publisher@ektglobe.com), oppure ordinandolo direttamente dal loro sito WEB (clicca qui).
Presto sarà inserito anche in altri cataloghi on-line e nel circuito Ibs. Mi dicono che è già possibile trovarlo su Ebay. È disponibile anche in alcune librerie, sparse un po’ in tutta Italia. Potenzialmente la distribuzione arriva ovunque ma è necessario che qualcuno vada a richiederlo in libreria perché poi la libreria lo ordini dalla casa editrice. Ecco perché consiglio a tutti di rivolgersi direttamente alla casa editrice: è sicuramente la via più comoda, veloce ed economica.

Come stanno andando le vendite?
Credo bene, anche se è la casa editrice che sta gestendo tutto. Io mi limito a ricevere alcuni commenti di chi l’ha comprato e letto. Sono positivi e la cosa mi fa molto piacere.


Collegamenti:
"Cadabra: un buco nell'underground" su facebook
Cadabra


domenica 2 giugno 2013

Dischi: Karma in Auge – Rituali ad uso e consumo

Storie di ordinario disagio.
Splendido connubio tra new wave ed indie rock, questo “Rituali ad uso e consumo” ci presenta una delle bands più in forma del panorama underground italiano, i tarantini Karma in Auge.
Il gruppo aveva già pubblicato un EP dal titolo “Memorie disperse” nel 2010, la cui musica risentiva pesantemente della dark-wave anni '80, ma l'evoluzione è stata rapida, imprevista e qualitativamente importante. Spogliatasi dei barocchismi gotici degli esordi, la musica trova una sua via di fuga nell'alternative rock e si arricchisce di testi che superano l'introspettiva tipica del genere e colpiscono con la loro denuncia del disagio sociale che alberga nei giovani del Sud Italia, privati dei loro sogni in un mondo imbarbarito da televisione spazzatura e consumismo... guardare le stelle mentre si sprofonda nel fango. La voce è calda ma disillusa, la chitarra pulita e precisa, il basso profondo e la batteria marziale: i tre Karma in Auge suonano sicuri e senza fronzoli, creando atmosfere dilatate e nervose allo stesso tempo. Un ottimo esordio, non c'è che dire, un nuovo asso nella manica tirato fuori dall'etichetta Danze Moderne, che in un periodo di crisi creativa (e non solo creativa) riesce sempre a produrre lavori di alta qualità. Per il brano “La Notte del Rituale” è stato realizzato un videoclip diretto dal regista Orazio Guarino e prodotto dalla Naffintusi.

Artista: Karma in Auge
Titolo: Rituali ad uso e consumo
Formato: cd album
Anno: 2012
Etichetta: Danze Moderne
Stile: new wave, indie rock

Tracklist:
1. Consumismo mon amour
2. La notte del rituale
3. Oltre il mondo
4. Persi
5. Guerre fredde
6. Lotte visioni prigioni & routine
7. Wave
8. Silenzi
9. Bovarysme

Formazione:
Salvatore Piccione – voce, chitarra
Giovanni D'Elia – basso
Mimmo Frioli – batteria, tastiere

Discografia
Rituali ad uso e consumo (cd album, 2012, Danze Moderne)
Memorie disperse (cd singolo, 2010, autoprodotto)

Collegamenti:
Sito ufficiale
Facebook

giovedì 4 aprile 2013

Libri: "Sotto il cielo di Hale-Bopp" di Riccardo Angiolani

intervista di Barbara Baraldi

Ci sono libri che, dopo averli letti, lasciano una scia dietro di sé, come una cometa fatta di emozioni luminose e contrastanti. Uno di questi è “Sotto il cielo di Hale-Bopp”, il nuovo romanzo di Riccardo Angiolani appena uscito per i tipi di Foschi editore, in una collana curata da Eraldo Baldini. La storia è ambientata negli anni Novanta, durante il transito della cometa di Hale-Bopp, presenza inquietante e vagamente minacciosa che sovrasta le pagine del romanzo e le traversie dei protagonisti, tra i quali spicca Joe Delirio, definito «l’ultimo dj di quella gotica stirpe che negli anni Ottanta regnava su tutti i locali underground», determinato a recuperare un’antica reliquia dalla casa della nonna. Non un furto, sia chiaro, ma un recupero. Dopo aver messo insieme una banda di spiantati e un piano apparentemente inattaccabile, però, Joe scoprirà fino a che punto le cose possano andare male. Viscerale, «sporco», avvincente, a tratti grottesco, “Sotto il cielo di Hale-Bopp” racconta anche una serie di eventi collaterali alla trama principale, sulla quale si incastrano alla perfezione, conducendo la narrazione su piani temporali sfasati. La scrittura di Angiolani è pulita, scorrevole, punteggiata di inaspettati e gradevoli picchi di lirismo. E sembra di sentirlo, lo sferragliare dei tir della Statale 16 Adriatica, l’odore salmastro nel labirinto spigoloso del molo di Ancona, i sobbalzi per i sampietrini durante fughe rocambolesche per le stradine della città a bordo di una Fiat Uno scassata, le botte tra punk e skinhead al ritmo del riff corrosivo suonato da un basso elettrico.

Il tuo romanzo è ambientato negli anni Novanta. Quali sono le sensazioni che ti scatena il ripensare a quel periodo?
Io mi ritengo un figlio degli anni Ottanta. Per la musica che ascolto, per il look (parola già di per sé così tanto Eighties), per certe idee sulla società e/o politiche che ho. Insomma, quelli sono stati gli anni della mia formazione. I Novanta, invece, sono stati per me il periodo in cui molto di ciò che avevo appreso o sperimentato nel decennio precedente l’ho messo in pratica in modo più sistematico e ragionato, mantenendo pur sempre l’entusiasmo e l’adrenalina punk. Ecco allora il mio impegno come dj in locali importanti delle Marche, dove allora vivevo, e anche le mie prime esperienze letterarie concretizzatesi nelle pubblicazioni con Transeuropa, in quegli anni fucina di talenti giovanili. Oggi a ripensare a quel periodo mi dà un senso di piacere, perché ho dei bei ricordi, soprattutto per quanto riguarda la seconda metà dei Novanta, quando, dopo essere stato a Roma per molto tempo, sono ritornato nella mia Ancona, dove tutto è cominciato.

Nel tuo romanzo, il passaggio della cometa di Hale-Bopp illumina le vite borderline dei protagonisti. Ti identifichi in loro? O la tua posizione è come quella della cometa, che osserva il loro dibattersi, i tentativi di affermazione della loro identità, alla ricerca di una redenzione che appare inafferrabile?
Mi piacerebbe fare la parte della cometa e guardare tutti dall’alto al basso. Ma devo ammettere che in ognuno dei personaggi c’è un pezzetto di me e delle persone che conosco. Quindi sì, mi identifico in loro; o forse sarebbe più corretto dire che un po’ di loro si identifica in me. Come dicevo prima, gli anni Novanta sono per me un bel ricordo, ma questo non si significa che siano stati anni felici. Ho avuto molte soddisfazioni, ma ho trascorso anche periodi molto cupi, per delusioni che hanno lasciato cicatrici che ancora oggi, di tanto in tanto, riprendono a sanguinare. E tutto questo è finito dentro, macinato e tritato, in “Hale-Bopp”. E poi la mia vita, lo dico senza esagerazioni, è stata sempre sull’orlo del borderline, se mi è concesso dire questa frase una po’ paradossale. Per tornare ai personaggi del romanzo, più che cercare una redenzione, credo che i nostri piccoli eroi non sappiamo proprio cosa cercare. Sono esseri viventi smarriti davanti al grande spettacolo della vita, che talvolta può essere davvero terribile come un film di Cronenberg o un racconto di King.

E cosa mi dici dei tuoi punti di riferimento nella letteratura? E ti confesso che mi piacerebbe una tua riflessione sul mondo letterario italiano e i suoi salotti.
Iniziamo dai punti di riferimento. So che può sembrare strano per un lettore che avrà fra le mani la storia di “Hale-Bopp”, ma i miei scrittori di riferimento arrivano da tutt’altro mondo. Amo Raymond Carver per il suo humor nero, lo sguardo lucido, freddo, il senso di minaccia che scopre nel quotidiano, ma anche per il suo forte amore per l’uomo e la compassione per le sue debolezze; leggo sempre con piacere Cesare Pavese, per il suo dolore palpitante; e poi Italo Calvino, che mi affascina per la sua scrittura pulita, per la sua lucidità mentale, per il suo guardare alla letteratura come a un gioco (si legga il bellissimo saggio “Cibernetica e fantasmi”), e per la sua idea di romanzo come progetto, costruzione. E il suo insegnamento mi è stato molto utile nel comporre il puzzle di “Hale-Bopp”: ricordo che avevo le pareti della mia stanza tappezzate da pezzi di romanzo, e poi c’era la cartina della città di Ancona, l’albero genealogico dei protagonisti, la pianta dell’appartamento… Invece non guardo film horror: ho paura! Quanto ai salotti letterari, non saprei che dire. Non li frequento. Ho alcuni amici scrittori a cui voglio molto bene, punto.

Sei il frontman della band Stardom, lavori nella redazione di una rivista di primo piano come Vogue. Vivi di musica e di parole scritte. C’è una interazione tra i diversi mondi?
Beh, la fonte è la stessa: sono io, per cui è inevitabile che una qualche interazione ci sia. Però molto meno di quanto si possa credere. Per esempio, i testi degli Stardom non li scrivo solo io. Anzi, molto spesso sono opera degli altri componenti della band. Oppure di un lavoro a più mani. Certo non è un caso che si suoni musica new wave con forti tonalità dark e che anche la mia scrittura abbia toni cupi, ma è sempre ben presente anche l’aspetto comico e grottesco della vita.

Puoi anticipare qualcosa dei tuoi progetti futuri?
Adesso mi concentro sul romanzo appena pubblicato e cerco di promuoverlo. Posso anticipare, però, che sto lavorando su una raccolta di racconti. Invece, per quanto riguarda la musica, dopo “Soviet della moda”, gli Stardom hanno da poco pubblicato il secondo album dal titolo “Danze Illiberali” per l'etichetta indipendente Danze Moderne.


Collegamenti: 
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Stardom

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martedì 5 febbraio 2013

Artisti: Cineteca Meccanica

Nuova onda elettronica.
Cineteca Meccanica sono un duo di new wave elettronica dallapproccio punk, composto dal cantante Davide De Santis e dal tastierista Alessandro Ruberto, musicisti dal nutrito curriculum. Davide De Santis ha militato in numerose band dellunderground milanese degli anni90: nasce come bassista nella new-wave band Maschere, per poi fondare nel 1994 i Der Blaue Reiter, band elettro-Industrial nella quale assume il ruolo di cantante e compositore. Da una loro costola nascerà, nel 2000, il progetto garage-punk U-bahn Enfants, con all’attivo il cd “Down In The Hole” e moltissimi live in Italia e all’estero. Gli U-bahn Enfants si sciolgono nel 2004 e, dopo alcuni anni di silenzio musicale durante i quali si dedica alla stesura di un romanzo sulla Milano post-punk degli anni ’80 e '90 (“Da Ian Curtis a Fabrizio De Andrè”), entra come cantante nei 2+2=5, storica band minimal wave fondata negli anni ’80 da Giacomo Spazio. Il gruppo ha annoverato tra le sue fila nientemeno che Mauro Ermanno Giovanardi (Carnival Of Fools, La Crus) per l’EP del 1985 “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore/odio”. Alessandro Ruberto, tastierista e compositore di musica elettronica, vanta anch’egli la partecipazione a diversi progetti musicali, dapprima come bassista in gruppi punk milanesi degli anni ‘80, poi suonando sempre come bassista con gli Scunt, gruppo new wave che utilizzava le prime batterie elettroniche Drumatix e Drumalator. Si è distinto in progetti come Histoire d’O e Viridis, poi, dal 2007, inizia la sua esperienza nei Valis, band EBM con testi in italiano. 

Cineteca Meccanica in concerto, 2011
I due si incontrano sul finire del 2009 e decidono di creare un progetto musicale comune che abbia come finalità la messa in musica dei testi in italiano, originariamente poesie e brevi racconti letterari, di Davide De Santis. Alla base i tappeti elettronici dalle sonorità retrò di Alessandro Ruberto, ereditate da gloriose band del primo post punk italiano come Decibel, Neon, Krisma e Diaframma. Ma certe ambientazioni aggressive, con richiami al punk minimale degli anni ’80, e i testi mai banali, li distinguono da altri gruppi elettropop contemporanei. Il progetto prende il nome di Cineteca Meccanica. Nel marzo del 2010 registrano il loro primo demo-cd contenente quattro brani: “Deviazioni”, “Continuo ad urlare”, “16 gennaio” e “Campo di battaglia”. Il demo finirà all’attenzione dell’etichetta Danze Moderne, che ne intuisce il valore e mette il gruppo sotto contratto (marzo 2011). Prendono subito il via i lavori per un full-lenght di 14 brani, lavori che dureranno per tutta la primavera del 2011, fino a giungere alla pubblicazione dell’album “Deviazioni” nell’ottobre dello stesso anno. Segue un tour promozionale tutt'ora in corso.


Artista: Cineteca Meccanica

Etichetta: Danze Moderne
Stile: new wave, elettronica


Formazione:

Davide De Santis: voce
Alessandro Ruberto: tastiere, programmazione elettronica


Discografia:

Deviazioni (cd album, 2011, Danze Moderne)

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Cineteca Meccanica su facebook

martedì 8 gennaio 2013

NEWS – Gli Stardom pubblicano “Danze illiberali”, il loro secondo cd album.

Ne dà l’annuncio l’etichetta indipendente Danze Moderne, con un comunicato stampa di cui riportiamo uno stralcio.
L'etichetta Danze Moderne non poteva esimersi dal continuare ad investire su un gruppo come gli Stardom dopo il successo dell'esordioSoviet della moda. La band, dopo un lungo tour che li ha visti attraversare tutta la penisola, torna conDanze illiberali, un corposo disco di undici tracce che mostra una compagine solida e ancora ricca di ispirazione. L'album è stato anticipato dal videoAttimi isterici, realizzato dal bassista/regista Oliver Pavicevic.

Milano, 27/12/2012È disponibile dal 27 dicembre 2012 “Danze illiberali”, il nuovo album degli Stardom, che fa seguito al fortunato “Soviet della moda”, l'esordio discografico che ha portato il gruppo agli onori della cronaca rock italiana. La ricetta (vincente) è sempre la stessa: new wave ottantina riproposta in modo personale e innovativo grazie alluso inconsueto del basso, con le sue ritmiche sostenute e i suoislap, e ai testi in italiano ben inseriti nel contesto della realtà odierna. Ma, rispetto a “Soviet della moda”, “Danze illiberali” è più monolitico e, se vogliamo, più pungente nel dipingere la decadenza della società odierna, un disegno critico che delinea, insieme all'oscurità del suono, il principale filo conduttore tra i due dischi.
Gli Stardom vengono da un lungo tour che li ha visti sui palchi di tutta Italia, un'esperienza importante che sicuramente ha contribuito a compattarne il suono. Se in passato la loro gavetta era passata attraverso l'apertura di importanti bands del calibro di Krisma, Death In June, Spizz, 999, Clan of Xymox e Christian Death, dopoSoviet della modahanno preferito gestire da soli il loro show, dimostrando delle capacità sceniche ed interpretative che non hanno nulla da invidiare ai gruppi più blasonati al momento sul mercato.
Sono molto soddisfatto dellimpegno profuso da tutto il gruppo per questo discoha dichiarato Riccardo Angiolani, vocalist e portavoce della band, “il secondo album è sempre una prova decisiva per tutti e sono sicuro che nel nostro caso sia stata superata in modo brillante ”.
Lalbum in cdDanze illiberali” è disponibile per lacquisto a partire dal 27 dicembre 2012 nei migliori negozi di musica alternativa e sui più importanti WEB Stores nazionali ed internazionali (Ebay, Amazon, cdandlp, CdUniverse, ecc). Inoltre sarà presto possibile acquistarlo in formato digitale sulle principali piattaforme di vendita online (iTunes). 


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