sabato 31 marzo 2012

Interviste: Cadabra

Passato, presente… e futuro.

In Italia non mancano certamente bands di talento che operano fuori dai target commerciali, ma per loro è molto difficile trovare i meritati spazi. Pochi sopravvivono. Altri, testardamente, tirano dritto per la loro strada a costo di enormi sacrifici. Per anni ho seguito la storia dei Cadabra, ad ogni concerto mi avvicinavo al banchetto dei cd per scoprire se qualche etichetta discografica avesse loro accordato fiducia, ma nulla: i Cadabra continuavano a distribuire orgogliosamente le loro autoproduzioni ed a portare sul palco tutta la loro professionalità. Il genere? Una new wave rivisitata e corretta, adattata al nuovo millennio grazie a potenti iniezioni di elettronica moderna. Non è un caso che la Revenge Records, giovane etichetta indipendente attenta più alla qualità della proposta che non al lucro, li abbia messi in testa alle priorità, facendo dell’album “Past To Present” la sua prima uscita del 2011. L’occasione è ghiotta per raggiungere il loro batterista Francesco Radicci e scambiare quattro chiacchiere sul nuovo disco e sulle aspettative per il futuro.

“Past To Present” raccoglie in un solo disco tutte le vostre autoproduzioni, eccetto “Sound Moquette”, alcuni brani tratti dal vostro album “Wave/Action” remixati e l’inedito “Heart”. Come è maturata la scaletta di questo disco? C’era bisogno di una raccolta di vecchio materiale per i Cadabra?
Penso proprio di sì, che ce ne fosse bisogno. Non è il classico album-raccolta di materiale trito e ritrito, ma un’occasione per pubblicare ufficialmente brani dai nostri primi cd autoprodotti. “Past to Present” legittima e valorizza la nostra produzione più datata e contemporaneamente dà la possibilità a chi non ci conosce di ascoltare il meglio dei Cadabra in un unico disco. Quanto alla scaletta, d’accordo con la Revenge Records, si è pensato di conservare un ordine cronologico: il cd quindi si apre con i pezzi di “Blood And Blades” del 2003 e si chiude con “Heart”, l’inedito realizzato nel 2010.

Per l’album “Wave/Action” avete reso il suono più ruvido e spigoloso rispetto alle due precedenti autoproduzioni “Blood And Blades” e “Love Boulevard”, le tastiere che vi avevano caratterizzato da sempre sono sparite. Il singolo “Heart”, pubblicato lo scorso autunno e che abbiamo ritrovato su “Past To Present”, recupera invece l’elettronica e rispolvera il sound dei primi lavori. Dove sta andando, a tuo avviso, il suono dei Cadabra?
Sinceramente non vedo grandissimi cambiamenti dai primi lavori ad oggi. Piuttosto, credo che a differenziare il sound sia stato l’uso altalenante di synth e tastiere. Quando presenti, e nella misura in cui sono stati utilizzati, hanno finito per ammorbidire molto, poco o per niente, brani tutto sommato abbastanza simili. È forse la ragione per la quale “Wave/Action”, in cui la componente elettronica è nulla, risulta più crudo rispetto agli altri cd, per esempio rispetto a “Blood And Blades”, dove i synth sono più in evidenza. Infatti, se ridotte all’osso, non vedo grandi differenze tra una “Sleeping” e una “All Your Bodies”. In futuro non so. Siamo molto soddisfatti di “Heart” e vorremmo proseguire su quella scia, doverose variazioni permettendo.

La copertina di “Wave/Action”, spartana e in bianco e nero, sembra provenire direttamente dagli anni ’70, uno scatto sfocato di due bambine su una spiaggia, una grafica che mi ha fatto pensare, in qualche modo, ai The Cure di “Primary” e “Killing An Arab”. “Past To Present”, invece, sembra disegnata da Peter Saville: minimale e fortemente simbolica come le copertine dei New Order. Secondo te, The Cure e New Order possono essere considerati, nella grafica come nel sound, la vostra principale fonte d’ispirazione?
Ogni copertina ha una storia a sé. Quella di “Wave/Action” era strettamente legata ad una sorta di concept che, appunto, oltre alla copertina dell’album, riguardava il relativo servizio fotografico e il video di “Watching Me Change”. Per “Past To Present” ci siamo affidati ai grafici della Revenge Records. Desideravamo qualcosa di semplice, sobrio e consono ad un album-raccolta e così è stato. Più che di ispirazione, parlerei di gusti, però è anche vero che influenze e gusti spesso vanno di pari passo.

Come nasce una canzone dei Cadabra? C’è qualcuno di voi che ha le idee principali o tutto il processo creativo è condiviso?
Non esiste un unico modus operandi. A volte nascono da idee di Sebiano, che poi vengono sviluppate insieme, come nel caso di “Heart”. Altre volte accade il contrario, come per alcuni pezzi di “Wave/Action” tipo “Watching Me Change” e “Christabel”, nati da proposte mie e di Vincenzo. In generale Sebiano è quello che di noi passa più tempo sullo strumento, ma poi ci si confronta e si lavora assieme.

Quanto i Cadabra hanno un piede nel passato e uno nel presente, ossia quanto vi sentite ispirati dalle bands del rock attuale come Radiohead, Interpol o Editors rispetto a quelle della vecchia new wave?
Dei tre l’unico che ascolta quei gruppi è Vincenzo. Io e Sebiano siamo più legati alla scena old school tradizionale, che inevitabilmente rappresenta il nostro background. Ad ogni modo in fase compositiva cerchiamo di svincolarci anche da quella puntando a qualcosa di più originale e attuale, ovviamente restando in ambiti new wave e dark-rock.

Qual è, se esiste, l’identikit del fan tipico dei Cadabra? Vi seguono solo i nostalgici della new wave o riuscite a coinvolgere anche altre tipologie di ascoltatori?
Indubbiamente il nostro pubblico è composto per lo più da amanti di new wave e musica affine, tipo dark, goth, synth-pop. Però, fortunatamente, non ci siamo mai chiusi in cliché e nicchie blindate. Così come noi ascoltiamo indistintamente da Bowie ai Sisters Of Mercy, dai Joy Division ai Depeche Mode, anche la tipologia di gente che ci segue mi sembra abbastanza variegata.

I Cadabra hanno suonato tantissimo dal vivo in passato, adesso sono sui palchi con l’Action/Tour: cosa è cambiato nella musica dal vivo in Italia negli ultimi dieci anni?
Parecchio e forse in peggio. Sintetizzando direi che è aumentato il gap tra piccoli e grandi concerti. Una volta il panorama era più stratificato, oggi la divisione tra grandi e piccole produzioni è sempre più netta ed evidente. In questi dieci anni siamo cambiati anche noi e il nostro approccio all’attività live: un tempo facevamo anche 50-60 concerti all’anno, ma accettavamo di tutto ed eravamo in una fase in cui potevamo e dovevamo accettare di tutto. Oggi, alla quantità, preferiamo la qualità. Dopo centinaia di concerti, fisiologicamente e artisticamente, non possiamo prescindere da scelte di questo tipo.

Si parla tanto di crisi della musica, come vivono i Cadabra il loro essere musicisti, c’è più ottimismo o più pessimismo nel guardare al futuro?
Guardiamo al futuro con consapevolezza di mezzi, luoghi e risultati. In più di dieci anni di attività siamo riusciti a fare quanto ci eravamo prefissati creandoci anche un prezioso seguito di pubblico. Sappiamo cosa significa vivere in Italia ed essere musicisti in un Paese come il nostro, quindi andiamo avanti per la nostra strada senza entusiasmarci o deprimerci eccessivamente. Cerchiamo di fare e raccogliere il massimo e, soprattutto negli ultimi tempi, non ci possiamo affatto lamentare.

Con il nuovo millennio è cambiato il modo di fruire la musica, i vinili erano già stati soppiantati dai compact disc negli anni ‘90, ora gli mp3 stanno soppiantando i compact disc e affollano iPod, cellulari e computers. I Cadabra da che parte si schierano? Supporto fisico o mp3?
Personalmente sono ancora legatissimo al supporto fisico, lo preferisco di gran lunga all’mp3. Oltretutto detesto scaricare i dischi. Quelli che mi piacciono, li compro. Da musicista ragiono in maniera più elastica e capisco che il nuovo mercato sia anche quello delle piattaforme digitali e soprattutto dell’ascolto free tramite YouTube, per cui vedo l’unico lato positivo, cioè che la musica oggi circola molto più facilmente. Se potessi scegliere, tornerei indietro a 30 anni fa. Non potendo, mi adeguo.

Dopo “Past To Present”, quale sarà la prossima mossa dei Cadabra?
Con le date di Milano, Cagliari e Roma, abbiamo da poco concluso un mini-tour promozionale, cominciato con l'uscita di "Wave/Action" e proseguito poi con la pubblicazione di "Past to Present". Perciò adesso è ancora presto per decidere come muoverci nell'immediato futuro, oltretutto c'è sempre la promozione su stampa, web e radio che ci tiene costantemente impegnati e attivi. Al momento posso solo anticipare che nel 2012 uscirà una biografia della band. Si intitolerà "Cadabra, Un buco nell'underground" e ripercorrerà la nostra storia sin dalle origini, con racconti, ricordi, fatti, luoghi, persone e aneddoti di quasi 14 anni di attività. La sto curando io in prima persona. Il libro potrebbe interessare non solo i fans in quanto, per certi versi, si presenta come una sorta di romanzo che affonda la trama nell'underground darkwave italiano dell'ultimo trentennio. Potrei definirlo così: uno spaccato di vita underground che vede protagonista una band di provincia e che quindi, solo implicitamente, diventa biografia dei Cadabra. Tra non molto saremo in grado di fornire ulteriori dettagli.




lunedì 21 novembre 2011

Interviste: Aldo Chimenti

Rockerilla contro il “mostro digitale”.

Se non conoscete il nome Aldo Chimenti evidentemente non avete mai avuto tra le mani Rockerilla. Se non avete mai avuto tra le mani Rockerilla significa che non avete mai letto uno dei principali music magazine italiani, apparso nelle edicole più di trenta anni fa a contendersi il pubblico degli appassionati di rock con Il Mucchio Selvaggio e Ciao 2001. La rivista era nata per abbracciare le nuove tendenze provenienti da oltremanica, in particolare il punk, la new wave e tutti i generi correlati, questo ne faceva la mia rivista preferita ed è sempre rimasta nel mio cuore. Aldo Chimenti scrive su Rockerilla dal 1985 e il suo campo prediletto è appunto quello della new wave e del rock oscuro. Lo abbiamo incontrato per scambiare quattro chiacchiere su di lui e sullo stato di salute dell’editoria musicale italiana.

Come ti sei scoperto giornalista musicale? Qual è stato il tuo primo gruppo recensito e dove hai fatto pubblicare la tua prima recensione?
Prima di rispondere alla tua domanda, devo premettere che la mia presenza nel mondo del giornalismo musicale non sussiste a titolo di attività professionale, ma per pura passione. Ho cominciato ad accarezzare il sogno di collaborare ad un rivista rock nei primi anni ottanta. All’epoca venni letteralmente travolto dai moti generazionali del punk e della new wave, con particolare riguardo ai gruppi emergenti della scena inglese ed americana, seguiti a ruota dall’ondata italiana di fenomeni di rottura quali The Great Complotto/Pordenone e le avanguardie che venivano a formarsi, di focolaio in focolaio, nelle nostre città, da Torino a Milano, Bologna, Firenze, ecc. Ne ho respirato la temperie a pieni polmoni e questo deve aver fatto da molla. I miei canali d’informazione risiedevano preferibilmente nelle fanzine e nei periodici della stampa specializzata d’oltremanica come New Musical Express, Melody Maker, Sounds, The Face… Le testate nazionali da cui siamo passati un po’ tutti erano Ciao 2001, Il Mucchio Selvaggio, Buscadero, Musica ’80 e naturalmente Rockerilla. Tra le fanzine nostrane, ve n’erano alcune davvero formidabili, tra cui Amen, Free e Vinile. Peccato però che ebbero vita breve. Allora ero anche un assiduo lettore di Frigidaire. Rockerilla divenne presto l’organo d’informazione più apprezzato in ambito di musica indipendente, un osservatorio particolarmente vigile e attento sugli accadimenti e gli sviluppi del nuovo corso, a cominciare dal punk, mantenuto a pieno regime grazie ad un team di collaboratori preparati e coinvolti. Una delle rubriche che amavo di più era quella dei singoli, 45 GIRI, curata da Beppe Badino, un bollettino sempre molto atteso perché sgominava le ultime istanze dell’underground internazionale dandone puntualmente conto. Seguivo con interesse anche gli articoli di Maurizio Bianchi, che era stimolante leggere già solo per lo stile della sua incredibile penna, e Vittore Baroni, gli esperti in materia di avanguardia e gruppi d’area postindustriale. Il caso volle che la mia prima recensione apparve proprio sulle pagine della rivista di Cairo Montenotte, mi pare sul numero di Aprile 1985, il disco in oggetto era “Night Time” dei Killing Joke.

Ah! Complimenti… ma come sei arrivato a scrivere su Rockerilla?
Grazie alle mie frequentazioni nel negozio di dischi più gettonato di allora, Rock & Folk, dove ebbi l’opportunità di conoscere un noto collaboratore storico di Rockerilla che in quel negozio vi lavorava. Quando gli confidai che mi dilettavo a scrivere di musica, ma che nulla di mio era mai stato pubblicato, non solo mi incoraggiò a fare il grande passo, ma fu egli stesso a mettermi in contatto con i responsabili del giornale per decidere di una mia eventuale collaborazione. La recensione test che inviai in redazione venne accolta favorevolmente. Fu così che ebbe inizio la mia piccola avventura nel mondo dell’informazione musicale.

Rockerilla è stata da sempre la mia rivista preferita perché era nata abbracciando le nuove tendenze musicali degli anni ’80, ho ancora impresse nella mente alcune copertine storiche come quelle con Cosey Fanni Tutti, Public Image Ltd, The Cure, DAF, Echo And The Bunnymen. Cosa significa oggi per Rockerilla essere ancora all’avanguardia?
Non è facile, soprattutto oggi, dovendo fare i conti con la forza egemone di internet. Se Rockerilla tiene duro nonostante i tempi sfavorevoli, è perché c’è ancora qualcuno che crede nell’importanza dell’editoria specializzata in forma cartacea. E anche perché Rockerilla può ancora contare sullo spirito di dedizione e la competenza di bravi critici musicali, oltre ovviamente al contributo fondamentale dei lettori che acquistano il mensile. Qualche tempo fa un amico mi disse che Rockerilla meriterebbe di essere elevato a status di bene culturale.

Sulle pagine della rivista ti occupi prevalentemente di new wave, gothic e rock oscuro in generale, generi nati sul finire degli anni ’70 insieme a Rockerilla. Chi incarna oggi, secondo te, lo spirito primigenio di quel movimento? I Joy Division hanno dei degni eredi?
Per trovare un erede degno dei Joy Division non bisogna cercare fra le nuove generazioni, ma nella vecchia guardia dell’after punk inglese ed in questo momento mi vengono in mente solo i Section 25, il gruppo più amato da Ian Curtis. La cosa triste è che anche Lawrence Cassidy, membro fondatore e cantante dei Section 25, ci ha lasciato per sempre e a guidare il gruppo attualmente è il fratello Vincent con la figlia di Larry Bethany. Fra le nuove leve trovo interessanti gli Editors più ancora che Interpol e White Lies, ma sono solo un pallido riflesso dell’eredità lasciata dal quartetto di Manchester. Secondo me, gli scozzesi Arab Strap, oggi purtroppo non più attivi, hanno incarnato più di altri lo spirito di cui parli, seppur in maniera assolutamente autoctona e contestualizzata.

Quindi ha ancora senso continuare a parlare di musica dark?
Innanzitutto dobbiamo metterci d’accordo su cosa intendiamo per dark, termine questo che ha creato un po’ di confusione. Se con questa etichetta si designa un sottogenere del punk e della new wave, allora il cerchio si chiude attorno ad una manciata di nomi in qualche modo legati alle prime vicende del Batcave, il club londinese dove si esibivano gli astri nascenti del gothic-rock. Fu lì che germogliò il seme del dark, dando origine ad una scuola cui, a torto o a ragione, furono assimilati, fra gli altri, Bauhaus, The Sisters Of Mercy, UK Decay, Virgin Prunes, Christian Death, Alien Sex Fiend, Play Dead, Cure, Siouxsie And The Banshees, The Danse Society, Dead Can Dance, Sex Gang Children, per arrivare alle generazioni dei Fields Of The Nephilim, Ausgang, Bone Orchard e quant’altro. Se ci pensi, tutto questo oggi è finito da un pezzo perché il dark, in origine fenomeno che aveva delle cose interessanti da dire, è andato esaurendosi nel giro di pochi anni. Un altro grande bluff del rock’n’roll? Le ultime sacche di resistenza della popolazione dark, italiana e/o straniera che sia, che oggi trova diritto di cittadinanza in altri domini musicali quali l’EBM e limitrofi, credo non siano altro che ombre che sopravvivono a se stesse.
Negli anni ottanta c’era poi la pessima abitudine (ma forse ancor oggi) di bollare come dark qualunque cosa suonasse un po’ più tenebrosa e crepuscolare del solito, facendo di questo termine un marchio inflazionato che finì per non significare più nulla. Rappresentare il lato oscuro dell’esistenza, raccontare la tragedia, vestirsi di nero, esplorare il mondo dell’occulto e cantare il declino della nostra epoca, che oscura è per definizione, non è prerogativa e variabile fissa di un solo genere o ambito musicale, ma è espressione di un sentire che qualunque sensibilità artistica è deputata a elaborare senza essere fatta oggetto di sterili cartelli. Ciò che fa differenza sono, come sempre, il talento e l’ispirazione. Il rock ha consegnato pagine indimenticabili su questo fronte tematico. Negli anni ‘60 band come HP Lovecraft consegnavano alla storia un paio di capolavori ispirandosi allo scrittore di novelle horror da cui hanno preso il nome, mentre gli Electric Prunes nel 1968 introducevano il canto gregoriano nella psichedelia. Senza poi parlare delle correnti neo-decadentiste e filoesoteriche del progressive e del kraut-rock settantino. Chi non ha cantato la notte e il mistero della vita in musica? Ma alla notte bisogna contrapporre la luce, la scintilla del poeta che fa emergere verità e forme di bellezza altrimenti inarrivabili.


Veniamo a questioni più tecniche: il nuovo millennio ha coinciso con la crisi della musica, la fine dei supporti fisici e l’avvento degli mp3. Quale pensi sia la causa principale di questa crisi, solo una questione di supporto o più profondamente una crisi culturale?
L’ultima ipotesi è la più calzante, una crisi culturale da imputarsi sostanzialmente all’ascesa del mondialismo e della globalizzazione, frutto di una rivoluzione tecnologica che ha cambiato le regole del gioco, accorciando le distanze e cancellando le differenze, con un conseguente effetto di appiattimento deleterio. Non vorrei apparire antiquato, ma che razza di valore aggiunto ha portato l’avvento dei formati digitali nella musica? Temo nessuno, solo una banalizzazione del gesto creativo. Tutto dipende dalle aspettative che ognuno pone nei confronti della musica, se relegarla a semplice oggetto di consumo o se in essa si cerca quella scintilla di cui s’è detto sopra, un indizio d’arte illuminata e ricchezza di contenuti; se poi c’è una punta di originalità e magari un guizzo di stimolante follia, tanto meglio. Una bella prova d’autore non può essere svilita gettandola nel calderone indifferenziato della rete, ma onorarla nell’unico modo dovuto, vale a dire nel disco insieme a tutto ciò che lo correda e completa -cornice grafica, trascrizione dei testi, note di copertina…-, possibilmente nell’intramontabile formato vinile. E quindi godersi il rito dell’ascolto come un sogno, come momento magico cui dedicarsi con tutti i sensi e sentimenti. Altroché mp3 e cultura dell’usa e getta!

Nonostante la crisi della musica, Rockerilla e poche altre riviste cartacee specializzate sopravvivono ancora alle intemperie. Quali difficoltà bisogna affrontare per essere ancora nelle nostre edicole?
Proprio a causa dei moderni sistemi di comunicazione di massa e della situazione di cui abbiamo appena detto, curare e pubblicare una rivista seria in forma cartacea oggi è un’impresa piuttosto impegnativa che comporta dei costi difficilmente compensati dalle vendite. Per sopravvivere, una rivista tradizionale deve fare appello – altro aspetto doloroso – agli sponsor e alle pubblicità di settore. Ma oltre a questo, torno a dire, serve tanta determinazione e la voglia di crederci.

Pensi che il futuro dell’editoria musicale sia sul WEB o che non si potrà mai prescindere dal formato cartaceo?
Chi può dirlo? Ormai siamo pronti a tutto. Forse arriveremo al punto in cui per produrre carta stampata si dovrà di nuovo ricorrere al ciclostile. Lo zoccolo duro dell’editoria classica contro i moloch dell’informazione digitale. La sfida è ancora aperta.

L’esplosione di internet ha portato alla nascita della fanzine online, la cosiddetta “webzine”, alcune di esse sono molto professionali, molte altre meno, spesso dalla vita effimera. Come pensi abbia cambiato il mondo della informazione musicale la nascita delle webzines? Da giornalista della carta stampata, come vivi queste trasformazioni nel mondo dell’informazione musicale?
Personalmente non amo molto le webzine. Questo non significa che non vi siano dei blog titolati dove attingere notizie o leggere interviste e recensioni di critici informati e competenti. Ma siamo sempre lì. Il web è una piattaforma troppo dispersiva, quando non approssimativa e confusionaria. Il pluralismo va bene, ma a tutto c’è un limite. Farsi bombardare la testa da mille opinioni diverse sullo stesso argomento francamente non credo sia molto utile. Meglio muoversi cautamente fra le maglie della ragnatela… E poi vuoi mettere il piacere tattile e visivo di sfogliare una bella rivista?

Escluso Rockerilla, quali magazines musicali legge Aldo Chimenti? Dai mai una sfogliata alle riviste “rivali” come Il Mucchio Selvaggio, Blow Up e Rumore?
I giornali che citi li seguo tutti serenamente. Leggo spesso anche Ritual e Ascension Magazine. Quando riesco a recuperarli, non disdegno periodici stranieri come Uncut, Mojo, NME, Zillo… Ma ti confesso che rimpiango sempre di più le vecchie fanzine realizzate con pochi mezzi nello spirito del DIY e della ricerca appassionata. Forse è il caso di ripensarci.




mercoledì 12 ottobre 2011

NEWS – “Osanna! L’angelo sterminatore”: in arrivo la ristampa dei Rivolta dell’odio

Accolta con euforia la notizia del ritorno del seminale gruppo anconetano.

È stata accolta con euforia dagli appassionati di musica underground la notizia della ristampa di “Osanna! L’angelo sterminatore”, primo e unico album all’attivo dei Rivolta dell’odio, storica band post-punk hardcore degli anni ’80, caratterizzata da testi anarchici ed anticlericali. A renderlo noto l’etichetta indipendente Sometimes Records, già responsabile di importanti ristampe quali Starfuckers e Detonazione. Essa non è stata avara di dettagli a riguardo: non sarà una semplice ristampa del LP originale, ma una raccolta su doppio cd di tutto il materiale licenziato dal gruppo nel corso degli anni ’80. Nel primo disco ci sarà “Osanna! L’angelo sterminatore”, 33 giri pubblicato originariamente in vinile rosso nel 1986, insieme ad alcune rarissime tracce live recuperate degli archivi della band, ma è il secondo disco a riservare le maggiori sorprese, infatti conterrà le rarissime tracce della cassetta “La danza del sangue e del sole”, incisa nel 1983 e fatta circolare come demotape in pochissime copie, e una collezione completa dei primi singoli pubblicati tra il 1982 e il 1984, tutto rimasterizzato in digitale. La pubblicazione del doppio cd è prevista per la primavera del 2012.



mercoledì 5 ottobre 2011

NEWS – I Cineteca Meccanica pubblicano “Deviazioni”, il loro primo cd album

Ne dà l’annuncio l’etichetta indipendente Danze Moderne, con un comunicato stampa di cui riportiamo uno stralcio.

Limitativo parlare di “revival” new wave anni ’80 per un progetto musicale come quello dei Cineteca Meccanica. Intanto perché i suoi componenti, personaggi di spicco dell’underground milanese, provengono da importanti esperienze musicali che affondano le radici proprio in quegli anni cruciali, secondo perché affrontano il mercato con un album dotato di una sensibilità tutta moderna, soprattutto nei testi di Davide De Santis, carichi delle tensioni e dei conflitti dell’uomo d’oggi. I Cineteca Meccanica si candidano come esponenti di spicco della nuova ondata new wave di casa nostra, ribattezzata Neo Wave, che ha preso piede nel nuovo millennio e che questa volta ha come suo baricentro Milano, dove gli Stardom di Soviet della moda ne hanno scritto il manifesto.

Milano, 03/10/2011 – È uscito “Deviazioni”, primo album ufficiale per i Cineteca Meccanica, band elettrowave nata a Milano nel 2009 per mano di Davide De Santis e Alessandro Ruberto, due veterani della scena underground meneghina avendo militato in numerosi progetti musicali degli ultimi due decenni (U-bahn Enfants, 2+2=5, Scunt, Valis). Il disco ripercorre le strade tracciate negli anni ’80 da quella che è stata considerata la scena new wave italiana per eccellenza (CCCP, Diaframma, Neon, Krisma) unita alle sonorità elettroniche d’oltremanica di artisti come John Foxx, Gary Numan e Ultravox. L’album raccoglie una selezione di quattordici brani composti nel primo anno di vita dell’ensemble, dove i tappeti di tastiera e le pulsanti ritmiche elettroniche di Alessandro Ruberto accompagnano la voce di Davide De Santis, uno dei più apprezzati scrittori di testi della scena sotterranea contemporanea.
“Sebbene i Cineteca Meccanica esistano da soli due anni, Deviazioni è un lavoro maturo, frutto di tanti anni di esperienza underground dei singoli componenti” ha dichiarato Davide De Santis, vocalist e portavoce della band, “abbiamo avuto molti riconoscimenti per i miei testi, ma è indubbio che anche le melodie e le ritmiche di Alessandro hanno fatto presa sugli ascoltatori. Sicuramente un progetto destinato a proseguire e a crescere nella sua ricerca sonora”.


L’album in cd “Deviazioni” sarà disponibile per l’acquisto a partire dal 3 ottobre 2011 nei migliori negozi di musica alternativa e sui più importanti WEB Stores nazionali ed internazionali.





lunedì 3 ottobre 2011

Dischi: (MU)SiCk Project – Atelier

Il laboratorio della musica.

Musicista eclettico Massimo Di Gaetano: diplomato in chitarra classica, metallaro D.O.C. (attualmente in forza ai Carpenteria Metallica, tribute band ufficiale dei Metallica in Italia), chitarrista nella new wave band Hiroshima Mon Amour dal 2004 al 2006, infaticabile sperimentatore. È questa sua ultima attitudine che lo ha portato a mettere in piedi il progetto (MU)SiCk Project insieme ad Alessandro Scenna, batterista e percussionista sopraffino, capace di percuotere tutto ciò che è percuotibile. Nelle note di presentazione del gruppo, essi scrivono: “Il progetto (MU)SiCk Project focalizza l’attenzione sul ‘suono’ nell’accezione più ampia del termine, a tal punto che, rubando un’espressione del compositore Mauricio Kagel, sarebbe più corretto parlare di ‘vita acustica’, in quanto viene conferita pari dignità anche al silenzio ed al rumore, elementi spesso sottovalutati.”. Quindi i nostri eroi, armati di chitarra classica, percussioni ed altri oggetti, assemblano un lavoro di musica d’avanguardia, sia improvvisata che scritta, dove l’esplorazione del suono assume un ruolo focale. Dalla sei corde acustica e dagli oggetti più disparati, escono suoni particolarissimi che si rincorrono e si intersecano, raccontando gli ambienti e i movimenti del pianeta terra attraverso suggestioni create dalle informazioni che giungono al nostro apparato uditivo. Ci sono i suoni asciutti ma anche gli echi e i riverberi, che non sono mai il frutto di un artificio di studio, ma di tecnica sullo strumento, a confermare l’abilità indiscussa dei due musicisti di Teramo. Il disco si compone di quattordici titoli, di cui undici inediti e tre riarrangiamenti di autori quali John Cage, Bruno Maderna e Egberto Gismonti. Il titolo è “Atelier”, ad omaggiare la sala dove è stato registrato l’album, ex laboratorio pittorico ora divenuto parte degli StratoStudios (TE) del fonico Ivan D’Antonio. Lo stesso Ivan D’Antonio compare nei credits in un paio di brani, dove suona la kalimba e la chitarra hawaiana, sua specialità. Un disco inusuale, sicuramente non per tutti i palati, ma un vanto per la musica creativa del nostro Paese.


Artista: (MU)SiCk Project
Titolo: Atelier
Formato: cd album
Anno: 2011
Etichetta: StratoStudios
Stile: acustico, sperimentale, concreta

Tracklist:
1- Sandpaper
2- Zahir
3- Architetture
4- Dream
5- Shanghai 10
6- One For André Breton
7- A Vela Ru Mari
8- Collage
9- Agua E Vinho
10- Japanese Garden
11- Frames
12- Serenata Per Un Satellite
13- Mirror
14- The Sushi Cooker

Formazione:
Massimo Di Gaetano – chitarra acustica
Alessandro Scenna – batteria, percussioni, cymbals, bells, oggetti

Collegamenti:
(MU)SiCk Project blog ufficiale